Magnetoterapia

Lo studio delle interazioni dei campi magnetici con la fisiopatologia umana ha origini antiche: i primi riferimenti risalgono al XVIII secolo anche se gli studi di  Franz Anton Mesmer, osteggiati e dibattuti, relegarono a lungo queste pratiche alla medicina alternativa fino a quando, dopo il secondo conflitto mondiale, alcuni effetti biologici furono dimostrati nella riparazione tissutale. La magnetoterapia prevede l’utilizzo di campi magnetici per trattare patologie diversificate, soprattutto in ambito ortopedico. L’ipotesi più accreditata è che i campi magnetici agiscano su tessuti ossei etessutimolli in termini di ripristino del potenziale di membrana cellulare a riposo, alterato insituazioni patologiche. Si tratterebbe quindi di una vera e propria terapia cellulare, finalizzata al ripristino delle fisiologiche condizioni bioelettriche, necessarie al funzionamento, con un “ribilanciamento” dell’energia elettromagnetica del corpo. Anche la circolazione sanguigna ne trarrebbe beneficio, attraverso interazioni con gli ioni-ferro contenuti nei gruppi eme dell’emoglobina, la molecola responsabile del trasporto dell’ossigeno dal sangue ai tessuti. I campi magnetici utilizzati sono di due tipi: a bassa frequenza (5-100 Hz) e ad alta frequenza (18-900 MHz). Le principali indicazioni riguardano: osteoporosi, fratture ossee con ritardi di consolidamento, artrite, artrosi, periartriti, protesi articolari, algodistrofie, fibromialgia, sindrome del tunnel carpale, reumatismo articolare, borsiti, talloniti, cervicalgie, lombalgie, sciatalgie, epicondiliti, lesioni cartilaginee, piaghe da decubito, ulcere diabetiche, ustioni, arteriopatie obliteranti degli arti inferiori. Controindicazioni sono la gravidanza in atto o sospetta, per possibili effetti sullo sviluppo del feto,  e l’utilizzo di pacemaker cardiaci, in cui i campi magnetici potrebbero interferire con il corretto funzionamento.

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